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Archivi Autore: Giuseppe Briganti

Andamento mercati finanziari: gli strumenti per prevederlo

L’andamento dei mercati finanziari, in un certo senso, può essere previsto. Ovviamente, non si parla di previsione come acquisizione di informazioni certe sul futuro. Nel contesto del trading, piuttosto, occorre fare riferimento al concetto di stima statistica

Se si intende l’atto di prevedere un qualcosa in questo senso, allora sì, l’andamento dei mercati finanziari può essere previsto. Esistono vari approcci per farlo, e questi ruotano attorno alle attività dell’analisi del presente. Ne parliamo in questo articolo. 

Prevedere l’andamento dei mercati finanziari: l’analisi tecnica

L’analisi tecnica è un’attività cruciale per qualsiasi trader. Consiste nello studio del grafico, dei prezzi e di altri elementi al fine di comprendere in che modo si muoverà l’asset. L’analisi tecnica si basa su alcuni principi. In primo luogo, si basa sul principio secondo cui “la storia si ripete”, ovvero il mercato, o per meglio dire gli investitori, tendono a ripetere certi comportamenti, se sollecitati da determinati stimoli. Questo ha dato vita all’elaborazione di alcuni modelli statistici, i quali possono essere utilizzati per orientarsi nel mercato.

Il secondo principio, invece, attribuisce una certa razionalità agli investitori (ovviamente con le dovute eccezioni). L’imprevedibilità, dunque, sarebbe un elemento estraneo o comunque raro nel trading.

L’analisi tecnica viene realizzata per mezzo di alcuni strumenti, il cui scopo è appunto l’individuazione di segnali coerenti con i modelli statistici cui abbiamo appena fatto cenno. Tali strumenti prendono il nome di indicatori. Alcuni di questi sono veramente complessi e fanno uso di formule matematiche davvero difficili da comprendere e mettere in atto. Per fortuna, al trader è richiesto solo di impostare gli indicatori e di interpretare i risultati. Al resto, ovviamente, pensano loro. 

Prevedere l’andamento dei mercati finanziari: l’analisi fondamentale

Il secondo pilastro dell’analisi è appunto l’analisi fondamentale. Si differenzia profondamente dalla variante tecnica, sia per ciò che concerne le dinamiche che le competenze da mettere in campo. Se il lavoro di analisi tecnica è soprattutto un lavoro di lettura, e solo in parte di interpretazione, l’analisi fondamentale si basa quasi esclusivamente sull’interpretazione. Anche perché a fornire i segnali, in questo caso, non è un dato matematico e oggettivo, bensì dei “fatti umani”, che vengono chiamati market mover. In questa categoria possono essere raggruppati tutti gli eventi che si sviluppano al di fuori del mercato ma che lo influenzano profondamente. Una notizia economica, la pubblicazione di un dato sull’economia reale, persino le dichiarazioni dei policy maker… Questi, e tanti altri, sono market mover. 

L’analisi fondamentale, benché la matematica giochi un ruolo marginale, è molto più difficile dell’analisi tecnica. Come già accennato, è lo spirito di interpretazione a farla da padrone, a rappresentare la skill più importante. Interpretazione che, ovviamente, non deve avere nulla di arbitrario ma deve piuttosto procedere da una profonda conoscenza sia del mercato che dell’ambiente economico, e delle dinamiche che determinano i rapporti di interdipendenza tra queste due sfere. 

La questione del trading automatico

Almeno in parte, l’analisi tecnica può essere automatizzata. Ovvero, può essere lasciata alla tecnologia non solo il lavoro di calcolo ma anche la lettura dei dati. In questo caso, la ricezione dei segnali non è manuale ma viene direttamente realizzato da un software. Questa tipologia di software prende il nome di Expert Advisor. Nella maggior parte dei casi, gli Expert Advisor si limitano a leggere il mercato e suggerire i punti di entrata e di uscita. In alcuni casi, sostituiscono il trader anche nella fase operativa, aprendo e chiudendo le posizioni in maniera del tutto automatica.

Ovviamente, il ruolo del trader non è marginale nemmeno in questo caso. Anche perché sta al trader impostare correttamente gli Expert Advisor. Questi, infatti, non fanno altro che sostituire l’individuo, facendo tutto ciò che farebbe lui. Semplicemente, senza stancarsi e senza commettere errori di calcolo. Soprattutto, senza farsi trascinare dalle emozioni.

Il trading automatico, quindi, può essere una risorsa anche quando lo scopo è prevedere l’andamento dei mercati finanziari, purché venga impiegato con un certo raziocinio. 

Bollinger: chi è e perché è utile per il tuo trading

John Bollinger è uno dei trader più famosi per la storia. Non tanto per i risultati che ha conseguito, che sono eccellenti ma certo non paragonabili a quelli di investitori più affermati (es. Warren Buffet e George Soros) quanto per una sua invenzione che ha inciso profondamente sul modo di fare trading: le Bande di Bollinger.

In questo articolo parliamo di Bollinger e delle sue “bande”, fornendo descrizioni brevi ma accurate e qualche consiglio per sfruttare al meglio l’indicatore. 

John Bollinger, un trader rivoluzionario

John Bollinger più che un trader, è un autore di saggi e manuali sul trading e un analista finanziario. Nonostante abbia quasi 70 anni, è ancora in attività. Americano di origine, fino ai primi anni Novanta ha lavorato come analista, per poi darsi alla formazione. I suoi primi saggi e manuali, infatti, sono datati 1995.

E’ ricordato principalmente per aver inventato le Bande di Bollinger (nel 2001), un indicatore di facile utilizzo e che si caratterizza per un valore predittivo abbastanza elevato. A patto, ovviamente, che venga utilizzato con raziocinio, e con una certa consapevolezza circa i suoi limiti che, com’è normale per qualsiasi strumento di trading, ci sono e vanno presi in considerazione.

Cosa sono le Bande di Bollinger

Le Bande di Bollinger, in inglese “Bollinger Bands”, sono un indicatore che analizza la volatilità e il cui scopo è generare segnali di vendita e di acquisto affidabili. Sul grafico appare come una serie di bande adiacenti, e dunque come una disposizione di tre linee dall’alto verso il basso.

Le Bande di Bollinger sono frutto di un calcolo abbastanza complesso. La linea centrale è una “normale” media mobile, in genere a 20 periodi (ma può essere personalizzata a piacimento). Le altre linee sono invece composte applicando alla stessa media mobile una deviazione standard moltiplicata per due. 

A seguito di questo calcolo, si formano tre zone. La prima parte dalla linea più alta e occupa la parte superiore del grafico. La seconda parte dalla linea più bassa e occupa la parte inferiore del grafico. La terza è invece compresa tra le tre linee. 

Più un asset è volatile, più distanti sono le linee. Non c’è di cui stupirsi, dal momento che le linee sono il frutto della deviazione standard. 

Come si usano le Bande di Bollinger

In che modo le Bande di Bollinger generano segnali? Innanzitutto, occorre specificare che i modi sono più di uno, ma qui di seguito illustreremo quello più diffuso.

Segnale di vendita. Si ottiene un segnale di questo tipo quando il prezzo raggiunge la banda superiore ma poi rimbalza, e ritorna nella fascia centrale.

Segnale di acquisto. Si ottiene un segnale long quando il prezzo raggiunge la banda inferiore e, analogamente, rimbalza per poi ritornare nella fascia centrale.

Da questo punto di vista, le Bande di Bollinger si comportano come se fossero supporti e resistenze mobili.

C’è un ma, anzi due. Il primo elemento da prendere in considerazione è la rarità con cui avviene il superamento delle linee. Per la maggior parte del tempo, il prezzo staziona nella fascia. Anzi, ciò accade nel 95% dei casi. Questo significa, molto banalmente, che raramente il prezzo esprime una volatilità “insolita”. 

L’altro elemento riguarda la fallacia delle Bande di Bollinger. Questo indicatore è efficace, certo, ma il concetto di efficacia va considerato alla luce dei limiti dell’analisi tecnica. In definitiva, il rischio che si giunga a falsi segnali è tutt’altro che peregrino. Anzi, rappresenta una delle maggiori preoccupazioni quando si utilizzano le Bande di Bollinger.

Dunque, che fare? John Bollinger ha pensato anche a questo. Nel corso dei suoi studi ha maturato un approccio teso, appunto, ad abbassare il rischio di falsi segnali. L’intuizione di fondo è semplice: accompagnare le Bande di Bollinger ad altri indicatori, a mo’ di controprova. D’altronde, questa è una accortezza che viene presa nella maggior parte dei casi, a prescindere dall’indicatore utilizzato. Nello specifico, la Bande di Bollinger danno il meglio di sé insieme agli indicatori di volume. 

Supporti e resistenze: a cosa servono, come calcolarli

Supporti e resistenze sono due elementi di analisi tecnica molto utili per i trader, soprattutto in una prospettiva di orientamento e di previsione dell’andamento dei mercati finanziari. Sono anche due elementi “sfuggenti”, che sottendono alle dinamiche più varie, che possono essere soggette a una certa arbitrarietà.

In questo articolo parliamo proprio di supporti e resistenze, fornendo una definizione esaustiva e offrendo qualche consiglio per utilizzarli al meglio.

Cosa sono supporti e resistenze

Supporti e resistenze sono entrambi dei livelli di prezzo. Nello specifico, il supporto è il livello raggiunto il quale il prezzo fa fatica a scendere; mentre la resistenza è il livello raggiunto il quale il prezzo fa fatica a salire. Possono essere paragonati rispettivamente a un pavimento a un tetto, ma flessibili. Infatti, possono essere oltrepassati, e anzi proprio questo fenomeno determina un segnale utilizzabile dai trader. 

Proprio perché possono essere oltrepassati o “rotti”, non esistono un solo supporto e una sola resistenza. Anzi, ne esistono numerosi, e possono essere tutti utili in una prospettiva di orientamento e di previsione del prezzo. 

I supporti e le resistenze, per quanto potenzialmente arbitrari, e comunque non fissi, sono strumenti molto utili ai trader. Non a caso, sono elementi fondamentali per l’analisi tecnica, soprattutto di un approccio “asciutto e semplice” all’analisi tecnica.

Ovviamente, occorre saperli utilizzare, ovvero capire in che modo determinano segnali. E’ necessario soprattutto saperli scegliere, dal momento che i metodi sono numerosi e tutti validi. 

Come utilizzare supporti e resistenze

Nello specifico, cosa dicono i supporti e le resistenze? Che segnali generano? La risposta, almeno a un livello teorico, è abbastanza semplice. Partiamo dalla resistenza

Quando il prezzo, inserito in un trend positivo, sfonda dal basso verso l’alto la resistenza e continua la sua corsa, viene generato un segnale di rafforzamento del trend. In genere, l’ex resistenza, ovvero il limite oltrepassato, diventa un supporto.

Invece quando il prezzo, sempre inserito in un trend positivo, rimbalza sulla resistenza o sì la oltrepassa, ma poi ritorno subito al di sotto, viene generato un segnale di indebolimento del trend, o addirittura di inversione dello stesso.

Per il supporto le dinamiche sono uguali e contrarie. 

Se il prezzo, inserito in un trend ribassista, sfonda dall’alto verso il basso il supporto e continua la sua discesa, il trader trae un segnale di continuazione del trend ribassista.

Viceversa, quando il prezzo, sempre inserito in un trend ribassista, rimbalza sul supporto o dopo averlo sfondato ritorna sui suoi passi, il trader trae un segnale di inversione o perlomeno di indebolimento del trend. 

Come individuare supporti e resistenze

La parte più difficile, forse, sta proprio nell’individuare i supporti e le resistenze. I metodi sono numerosi, sebbene ne vengono utilizzati tre in particolare (che comunque non si escludono l’un l’altro). 

Soglie psicologiche. I livelli “importanti” da sotto il profilo visivo o storico possono essere considerati supporti e resistenze. Per esempio, l’euro dollaro a 1,00 è un supporto davvero potente, in quanto il concetto di parità solletica l’immaginario collettivo, e dunque è in grado di generare un effetto sul mercato. In genere, sono supporti e resistenze tutte le cifre più o meno tonde, sebbene abbiano una forza limitata rispetto ai supporti e le resistenze individuati con altri metodi.

Minimi e massimi. Questo è uno dei metodi più utilizzati, anche perché potenzialmente molto efficace e facile da mettere in pratica. Semplicemente, si individua il minimo e gli si assegna un valore di supporto; si individua il massimo e gli si assegna un valore di resistenza. C’è un ma… Quali minimi e quali resistenze? Settimanali, mensili, annuali? Dipende dallo stile di trading, e soprattutto dall’orizzonte temporale. In genere, si preferisce operare con più supporti e più resistenze, dunque prendendo a riferimento più minimi e più massimi. Ovviamente, più i minimi e i massimi sono lontani nel tempo, maggiore è la loro forza come supporti e resistenze. 

Con gli indicatori. Ovviamente, i supporti e le resistenze possono essere individuati dagli indicatori. Ovvero, è possibile considerare supporti e resistenze alcuni punti segnalati, per altri scopi, da certuni indicatori. Questo capita soprattutto con gli indicatori che fanno uso di medie mobili. Il punto di forza di questo metodo è la possibilità di utilizzare supporti e resistenze mobili, ovvero che cambiano al variare del prezzo, dunque sempre, in qualche modo, “coerenti” con quanto accade nel mercato. 

Market movers: come scegliere quelli da seguire

I market movers sono elementi fondamentali per i trader che vogliano operare razionalmente, mettendo al bando l’improvvisazione. Tuttavia, il loro studio appare quanto mai complesso, specialmente agli occhi del principiante. Anche perché, prima di impegnarsi nel lavoro di interpretazione, occorre sceglierli. Proprio da una scelta saggia e oculata dipendono questioni fondamentali quali l’ottimizzazione del processo di analisi, la gestione delle risorse intellettuali e, perché no, fisiche.

In questo articolo offriamo qualche indicazione su come scegliere i market movers, prendendo in considerazione i mercati più importanti.

Consigli generali sui market movers

Prima di esporre una riflessione sul rapporto tra market movers e mercati, è bene fornire qualche consiglio generale sull’impiego dei market movers stessi.

In primo luogo, è fondamentale operare una scelta, e per giunta una scelta stringente, che punti alla massima concisione. Il rischio, se si opera altrimenti, è di produrre un’analisi superficiale. Molto spesso i principianti, nel timore di perdere per strada dettagli importanti, si lanciano in un’analisi forsennata, prendendo in considerazione il maggior numero di elementi possibili. Ebbene, questo è un approccio da evitare, in quanto manchevole della necessaria profondità e incapace di produrre risultati concreti.

Market mover e azioni

Quali sono i market movers del mercato azionario? Ebbene, in primo luogo è necessario prendere in esame le informazioni riguardante le aziende emittenti cui fanno capo le azioni in portfolio. Ciò significa analizzare i trimestrali, lo stato patrimoniale e il conto economico. Tuttavia, questi dati vanno contestualizzati, in primis rispetto al settore di riferimento e in secundis rispetto alla congiuntura.

Da qui, la necessità di prendere in considerazione altre due classi di market movers: gli indici, che fungono da benchmark, e i parametri dell’economia reale, che offrono un’idea della congiuntura. 

Ovviamente, sebbene in posizione leggermente più defilata, vanno considerati i market movers legati alla politica monetaria, che determinano le condizioni del credito. Grande importanza, infine, va data alle vicende politiche, che possono incidere sul clima produttivo, sull’industria etc. 

Market mover e Forex

Per il Forex la questione è leggermente più complicata. I market movers su cui focalizzare la propria attenzioni sono quelli riguardanti la politica monetaria, i quali agiscono più o meno direttamente sulla massa monetaria, e quindi sui rapporti tra le valute. Grande peso acquisiscono anche i market movers per così dire estemporanei, non periodici, come le dichiarazione dei policy maker che, appunto, offrono spunti per intuire la politica monetaria. 

Vanno tuttavia considerati anche i market movers legati all’economia reale. Anche perché le valute sono, di norma, espressione della forza economica di un paese. Dunque occhio anche al PIL, al mercato del lavoro, alla produzione. Una particolare attenzione va prestata all’inflazione, che solo in apparenza è un dato esclusivo dell’economia reale. Di fatto, orienta le scelte di politica monetaria in maniera quasi automatica, come le recenti vicende della BCE e della Fed hanno dimostrato. 

Market mover e materie prime

Il discorso qui è abbastanza complicato in quanto ogni materia prima è praticamente una questione a sé. In genere, però, possono essere suddivise in materie prime in senso stesso e in metalli preziosi. Le materie prime in senso stretto sono suscettibili delle vicende geopolitiche e politiche, come anche del clima. In linea di massima, vanno considerati fattori preponderanti tutti quegli elementi che possono compromettere o favorire la produzione. 

Per quanto riguarda i metalli preziosi, a guidare è soprattutto il parco di market movers legati all’economia reale. La correlazione, però, è inversa: peggio va l’economia, migliori sono le performance dei metalli. Il motivo è semplice: sono considerati dei beni rifugio. Il riferimento è ovviamente all’oro. 

In questa prospettiva, assume una funzione di market mover…. Il Forex. Le principali valute, infatti, vantano con i metalli preziosi una correlazione inversa, sempre a causa del meccanismo dei beni rifugio. 

Analisi fondamentale Forex: le differenze rispetto agli altri mercati

Analisi fondametale e Forex sono  legati da un rapporto indissolubile. Ovvero, è impossibile praticare un buon Forex trading ignorando l’analisi fondamentale. Nella prospettiva di un trading razionale e basato su elementi solidi, l’analisi fondamentale vanta una cittadinanza piena, al pari dell’analisi tecnica.

Tuttavia, la pratica dell’analisi fondamentale nel Forex assume contorni abbastanza singolari, certamente diversi da quelli che caratterizzano gli altri mercati, azionario in testa. Ne parliamo in questo articolo.

Le particolarità del Forex

Prima di fare il punto sull’analisi fondamentale nel Forex è necessario comprendere la natura del Forex stesso, ovvero conoscere e metabolizzare quelle caratteristiche che quasi lo rendono un mercato sui generis. 

Estrema liquidità. Il Forex è il mercato più liquidi al mondo. Per dare un’idea della liquidità, possiamo affermare che la sola coppia euro dollaro muove un volume superiore ai 3.000 miliardi di dollari, che è pari a 1.3 volta il debito pubblico italiano. Ciò pone in essere dinamiche particolari, che coinvolgono le dinamiche di determinazione del prezzo e, di conseguenza, la pratica dell’analisi fondamentale. 

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Il fattore esogeno. Il Forex è un mercato in linea di massima “gestibile dall’esterno”. Non dobbiamo pensare a forze oscure che operano per il tornaconto personale e per il proprio arricchimento. Semplicemente, la questione monetaria è affidata alle banche centrale, che hanno tutto il diritto, anzi il dovere, di tenere sotto controllo i prezzi e quindi il valore delle proprie monete. Anche questa dinamica incide in maniera netta sui modi e sui metodi dell’analisi fondamentale nel Forex. 

La leggibilità. In virtù di quanto appena scritto, il Forex è un mercato tutto sommato leggibile. In linea teorica, l’analisi fondamentale tanto quella tecnica possono risultare massimamente efficaci. Anche perché la volatilità è tutto sommato equilibrata, i colpi di coda rari, la suscettibilità di tipo emotivo (il cosiddetto panico dei mercati) ridotto. 

L’analisi fondamentale nel Forex Trading

Fatte queste precisazioni, cosa si può dire dell’analisi fondamentale nel Forex? In primis, che occorre conferire la massima importanza ai market mover legati alla politica monetaria, quindi tassi di interesse ed eventuali allentamenti monetari.

In questa categoria va inserita anche l’inflazione, che formalmente è un parametro dell’economia reale, ma che in verità è capace di orientare in maniera assoluta le azioni di politica monetaria. Il perché dell’importanza dei market movers “monetari” è assai intuibile: le banche centrali possono impattare quasi direttamente sulle coppie di valute, dunque ne vanno studiati i comportamenti. Ciò significa prendere in considerazione anche le dichiarazioni dei policy maker che, attraverso le prassi della forward guidance, esercitano di fatti un (legittimo) potere di orientamento. 

Ovviamente, vanno presi in considerazione i market movers dell’economia reale, come PIL, produzione, occupazione etc. Infatti, le valute sono espressione anche della forza economica di un paese.

Prestate attenzione alla fase di scelta. Il consiglio è di non limitarsi ai market mover che riguardano esclusivamente le valute che state tradando. In realtà, per produrre un’analisi fondamentale degna di questo nome è bene studiare i market mover delle coppie correlate, sia positivamente che negativamente. Solo in questo modo, infatti, è possibile ricavare una visione di insieme.

Alcuni market mover, poi, assumono una importanza che è in assoluto significativa, a prescindere dalle valute in portfolio. Il riferimento è ai dati americani, e in particolare alle decisioni di politica monetaria della Fed, che alla luce dell’importanza che l’economia americana esercita sull’intero sistema economico getta la sua influenza sul mercato valutario nel suo complesso. 

Infine, il consiglio è di creare una routine. L’analisi fondamentale è complicata sempre e comunque. Associarla a comportamenti abitudinari, se di comprovata efficacia, contribuisce a snellire il processo, liberare energie e tempo per la fase di programmazione del trade e per l’operatività in generale.

Bande di Bollinger: cosa sono e come si usano

Le Bande di Bollinger costituiscono un indicatore molto utilizzato dai trader di ogni ordine e grado. Tra i pregi, spicca il buon carattere predittivo e una certa facilità di lettura. E’ anche un indicatore relativamente recedente, dal momento che è stato “inventato” dal trader, analista e formatore John Bollinger nel non lontano 2001.

Nonostante una certa semplicità del meccanismo di base, è necessario maturare delle competenze per valorizzare al meglio le Bande di Bollinger. Ciò significa, tra le altre cose, conoscere alcune indicazioni generali. Ne parliamo in questo articolo, offrendo inoltre una panoramica complessiva su questo indicatore. 

Le Bande di Bollinger in pillole

Le Bande di Bollinger traggono il proprio nome dal modo in cui compaiono a schermo. Quando si utilizza questo indicatore, infatti, nel grafico appaiono tre brande. Queste, a loro volta, sono frutto di tre linee. La prima è una media mobile a 20 periodi (anche se può essere modificata più o meno a piacimento). La seconda e la terza sono ricavate calcolando la deviazione standard, che inoltre viene moltiplicata per due. In questo modo si formano tre bande.

  • Banda superiore. Occupa la parte alta del grafico ed è delimitata dalla linea superiore (media mobile + deviazione standard x 2).
  • Banda inferiore. Occupa la parte bassa del grafico ed è delimitata dalla linea inferiore (media mobile – deviazione standard x 2). 
  • Banda centrale. E’ delimitata dalle due linee.

La banda centrale rappresenta il range in cui il prezzo si trova nella maggior parte dei casi, e che indica una situazione tutto sommato di normalità.

La banda superiore indica la zona che l’asset percorre quando il suo prezzo è più alto del solito. La banda inferiore indica invece la zona che l’asset percorre quando il prezzo è eccezionalmente basso. 

Come si usano le Bande di Bollinger

Lo scopo delle Bande di Bollinger, come ogni indicatore che si rispetti, è fornire dei segnali di vendita o di acquisto. Ci riesce molto bene, benché si ravvisino alcuni elementi di criticità,  i quali vanno contrastati con alcuni accorgimenti che esporremo in seguito.

Ad ogni modo, le Bande di Bollinger evadono segnali quando il prezzo interagisce con le bande superiori e inferiori. Questa meccanica è considerata da alcuni problematica, dal momento che per il 95% del tempo il prezzo staziona nella banda centrale. Il rischio, infatti, è di non ricevere segnali.

Ad ogni modo, gli usi delle Bande di Bollinger sono numerosi. In questo articolo però ci soffermeremo su quello principale.

Quando il prezzo raggiunge la banda superiore dal basso verso l’alto, rimbalza e rioccupa la banda centrale, si trae un segnale di vendita.

Quando il prezzo supera la banda inferiore dall’alto verso il basso, rimbalza e rioccupa la banda centrale, si trae un segnale di acquisto.

Se si analizza questa semplice chiave di lettura, si intuisce che le Bande di Bollinger si comportano in maniera non troppo dissimile dai supporti e dalle resistenze mobili. 

Consigli per valorizzare le Bande di Bollinger

Innanzitutto, occorre dare una cattiva notizia. Le Bande di Bollinger da sole non bastano. In realtà, non c’è nulla di cui stupirsi. Sono rari gli indicatori che offrono un buon grado di sicurezza anche se utilizzati da soli.

Nel caso delle Bande di Bollinger, il rischio di incorrere in falsi segnali non è affatto basso. Magari si trae un segnale di vendita, ma il prezzo anziché scendere sale. Viceversa, c’è il rischio di vendere in seguito a un segnale e poi registrare un aumento del prezzo.

John Bollinger ha però trovato una soluzione in grado di attenuare il pericolo di ricevere falsi segnali. Anzi, le soluzioni al problema dei falsi segnali sono almeno due. 

La prima consiste nell’associare le Bande di Bollinger ad alcuni indicatori manuali che prendano in considerazione il volume. Per esempio il Percentage B (chiusura meno banda inferiore / banda superiore – banda inferiore).La seconda soluzione consiste  nell’associare le Bande di Bollinger a indicatori veri e propri, che offrano indicazioni sulla forza del mercato. Per esempio, l’RSI. Nello specifico, quando l’RSI conferma il segnale fornito dalle Bande di Bollinger, allora quel segnale ha un rischio di inaffidabilità basso, e dunque può essere utilizzato in fase operativa.

Ordini stop: cosa sono e come possono tornare utili

Gli ordini stop sono strumenti in grado di razionalizzare l’attività di trading, renderla più efficace, diminuire il grado di rischio o gli effetti di eventi negativi. Sono anche strumenti abbastanza complicati, soprattutto se utilizzati a un livello avanzato, che richiedono un grado di competenze elevato.

Il primo passo per padroneggiare gli ordini stop, e trasformarli in una vera e propria risorsa, è comprenderne significato e ruolo senza fraintendimenti di sorta. In questo articolo, una panoramica esaustiva sugli ordini stop.

La differenza tra ordine stop e ordine limit

Molto banalmente, l’ordine stop è un ordine che il trader assegna al broker. Tale ordine consiste nel chiudere o aprire una posizione quando il prezzo raggiunge un certo livello. Ovviamente, il prezzo stop, o stop price, è deciso dal trader. 

Questo concetto, di per sé molto semplice, non va confuso con l’ordine limit. I due strumenti si caratterizzano per una certa somiglianza, ma rimangono comunque diversi. Se con l’ordine stop una posizione viene aperta o chiusa quando l’asset raggiunge un dato prezzo, con l’ordine limit ciò accade a prescindere dal prezzo corrente. Se l’ordine consiste nel vendere a un dato prezzo, l’asset viene venduto a quel prezzo e a quel prezzo soltanto. Ovviamente, gli ordini limit (o limit order, in inglese) hanno una probabilità non trascurabile di rimanere inevasi. 

Lo stop di chiusura

Esistono due tipologie di ordini stop: di chiusura e di apertura. Quelli più utilizzati sono gli ordini di chiusura. Il motivo è semplice: sono strumenti molto efficaci per contenere il rischio o, per meglio dire, per contenere le perdite. Esatto, fare trading vuol dire soprattutto ragionare su come contenere gli effetti di una sconfitta. 

Gli stop di chiusura, infatti, consentono di chiudere le posizioni quando il prezzo ha raggiunto un livello così basso da segnalare l’impossibilità di ripresa (almeno nel breve periodo). In assenza di uno stop, e raggiunto questo ipotetico livello, il trader non farebbe altro che peggiorare la situazione. Gli stop di chiusura, quindi, consentono di limitare i danni.

Gli esempi più importanti di stop di chiusura sono gli stop loss e i trailing stop (i secondo sono una varianta dinamica dei primi).

Impostare il prezzo per lo stop di chiusura, o banalmente per lo stop loss, vuol dire immaginare o un ipotetico punto di non ritorno o la massima perdita psicologicamente / economicamente tollerabile o entrambi. Tale attività di impostazione, ovviamente, è “tecnica”, ovvero coinvolge strumenti a carattere statistico. 

Lo stop di apertura 

Lo stop di apertura ha una funzione diversa dallo stop di chiusura. Se lo scopo di quest’ultimo è limitare i danni o comunque generare un certo controllo sulle perdite, lo scopo dello stop di apertura è quello di cogliere il maggior numero di opportunità possibile. D’altronde, si parla di entrata nel mercato, non di uscita. 

Anche gli ordini stop di apertura, o per meglio dire i prezzi corrispondenti, vengono decisi nella maniera più possibile scientifica, o brandendo la statistica come una risorsa inestimabile. Anche perché entrare nel mercato nel momento sbagliato è pericoloso e, anzi, produce conseguenze dirette (e negative) sulle speranze di guadagno. 

Un consiglio per gli ordini stop

Il consiglio principale è di analizzare attentamente il mercato. La scelta del prezzo è fondamentale e non può essere lasciata a pratiche non scientifiche o, peggio ancora, all’improvvisazione. Ne va delle speranze di guadagno o addirittura della tenuta economica. Dunque, utilizzate abbondanti dosi di analisi tecnica, incentrandovi in particolare sui livelli di supporto e di resistenza. 

Un’indicazione forse non propriamente tecnica ma comunque utile: fate riferimento anche agli analisti, ovvero a chi per professione analizza il mercato. Scegliete analisti il più possibile indipendenti, e scoprite i prezzi più adatti per uscire dal mercato (ordini stop di chiusura) e per entrare (ordini stop di apertura). Ovviamente, utilizzate più canali: il parere degli esperti, appunto, ma anche e soprattutto l’analisi personale e diretta del mercato. 

Trading cos’è e come funziona: una piccola guida per gli aspiranti trader

Trading: cos’è e come funziona? E’ la domanda che si pongono principianti e aspiranti trader, come anche la gente comune attratta da qualche campagna pubblicitaria ben congegnata e dalla costante diffusione a cui questo genere di attività è andata incontro.

Non è facile rispondere a questa domanda in poche righe, anche perché si tratta di un’attività complessa, potenzialmente profittevole ma allo stesso tempo molta pericolosa. Cercheremo di rispondere in questo articolo, presentano inoltre le informazioni più salienti che un aspirante trader dovrebbe conoscere prima di pensare a una carriera nel trading.

Trading: una definizione esaustiva

Volendo semplificare il più possibile, si può affermare che il trading online non è altro che commercio speculativo realizzato attraverso software che consentono di operare online. Anzi, più propriamente si dovrebbe parlare di “investimento speculativo”, dal momento che nella maggior parte dei casi i beni non entrano mai in possesso, o per lo meno non vengono mai utilizzati dai trader. L’obiettivo, dunque, è generare denaro con il denaro. Come un qualsiasi investimento, appunto.

Se si eccettuano forme di investimento particolari, il meccanismo con cui si genera profitto durante un’attività di trading online è il medesimo con cui si genera profitto durante le operazioni di investimento nel mondo reale. Ovvero, si guadagna con il surplus: si compra basso, si vende alto. O, per meglio dire, si vende un bene a un prezzo superiore a quello di acquisto. Questa è una evidente semplificazione, anche perché è possibile guadagnare anche quando il mercato decresce e i prezzi si riducono, ma è utile a capire i principi base su cui si regge il trading online

Dunque, se cercate una risposta alla domanda trading cos’è, potreste prendere in considerazione questa definizione semplificata ma esaustiva.

Trading per principianti: 5 cose da sapere

E’ ovvio, una definizione semplificata non è sufficiente. Ecco, dunque, una lista delle 5 verità “base” riguardanti il trading.

Per fare trading è necessario associarsi a un intermediario. E’ semplicemente impensabile fare trading “da soli”. Anche perché è tutto molto complicato in primis dal punto di vista tecnico. Da qui la necessità di aprire un conto presso un broker, che può essere una banca che funge da intermediario (come negli investimenti normali) o più spesso una società privata. Fate attenzione, però, a rivolgervi alle società giuste, in possesso di regolare licenza. Quelle che vedete rappresentate nei banner di questo articolo rappresentano scelte sicure ed efficaci.

Per fare trading è necessario studiare prima e dopo l’esordio sul mercato. Il trading non è un gioco d’azzardo, non ci assomiglia nemmeno lontanamente. Chi si approccia con questo pregiudizio è destinato a perdere il capitale entro brevissimo tempo. Il trading è un’attività complessa, che va considerata alla stregua di una professione. Dunque, occorre prepararsi. Prima di fare la vostra comparsa sul mercato, studiate. Tuttavia, studiate anche dopo. Cosa? Il mercato, in primis, ma anche nuovi approcci strategici, nuovi strumenti di analisi etc. Il trading è una materia viva, in continua evoluzione.

Tradare bene vuol dire tradare con un approccio scientifico. Il trading non è esattamente una scienza, ma ci si potrebbe avvicinare. Anche perché, pur considerando la parte emotiva (spesso preponderante) l’utilizzo di modelli statistici può offrire indizi realistici sulla direzione che prenderà il mercato. Dunque, utilizzate la statistica quando fate trading. Come? Mettendo in pratica i principi dell’analisi tecnica, dell’analisi del grafico, utilizzando indicatori e oscillatori, che sono strumenti analitici che, per l’appunto, prendo in considerazione i dati delle sessioni passati e li sottopongono a modellizzazione statistica.

E’ possibile iniziare con poco denaro. I broker si sono aperti alla gente comune. Oggi è possibile aprire un conto con poche centinaia di euro. Tuttavia, prima di partire con cifre così basse, pensateci su: a capitale ridotto corrispondono guadagni ridotti.

La sconfitta fa parte del gioco. E’ una verità spiacevole, ma che non può essere ignorata. Tutti i trader perdono, anche quelli più in gamba. L’importante è che le vincite superino i guadagni.

Libri trading: 5 testi per iniziare

I libri sul trading rappresentano una risorsa? Studiare sui manuali può apportare un contributo significativo al percorso di formazione? Sono domande, queste, che tutti gli aspiranti trader si pongono. Domande legittime, visto che al giorno d’oggi gli strumenti formativi online rischiano di prendere il sopravvento, e sono certamente più fruibili rispetto a un tomo polveroso.

La risposta, in realtà, è affermativa a entrambe le domande. Chi sta studiando per diventare trader non dovrebbe prescindere dallo studio dei libri sul trading. Il perché lo chiariremo nel prossimo paragrafo. In quello successivo, invece, elencheremo alcuni libri che non dovrebbero mai mancare nel programma di studio dell’aspirante trader.

Perché studiare sui libri

Chi si appresta a diventare trader, o vorrebbe semplicemente provare l’ebbrezza dell’investimento online, ha a disposizione una marea di risorse formative digitali. Basti pensare agli strumenti messi a disposizione dai broker, che offrono webinar, articoli formativi, video tutorial etc. Senza contare i corsi di trading indipendenti, che si fanno di mese in mese più numerosi.

Eppure, lo studio dei libri rappresenta ancora un passaggio necessario. Anche perché solo i libri possono offrire il grado di approfondimento sufficiente a trasmettere informazioni e approcci ai principianti. Ne consegue che, almeno nella maggior parte dei casi, lo studio dei libri sul trading risulta efficace soprattutto se inserito nella prima parte del percorso di formazione.

Inoltre, alcuni libri sono scritti così bene da essere entrati nell’immaginario collettivo dei principianti, e aver conquistato lo status di pietre miliari. Elenchiamo i più importanti nel paragrafo che segue.

I libri da studiare per gli aspiranti trading

  • The Intelligent Investor (Benjamin Graham). E’ forse la pietra miliare dei libri sul trading. E’ anche il libro migliore per iniziare, anche perché oltre a decantare i principi base (e qualcosa di più) dell’investimento speculativo, fornisce indicazioni circa il giusto stato mentale. Insomma, è una miniera di buoni consigli e indicazioni.
  • A random walk down Wall Street: The Time-Tested Strategy for Successful Investing (Burton Malkiel). Rispetto al testo precedente, è più tecnico e meno “psicologico”. Tuttavia, contiene indicazioni specifiche e chiare su come si debba condurre un’attività di investimento speculativo. Il tutto con un linguaggio molto semplice, adatto anche ai principianti.
  • The Four Pillars of Investing: Lessons for Building a Winning Portfolio (William Bernstein). Questo manuale è dedicato ai principianti più assoluti, sebbene sul finire offra indicazioni di carattere più avanzato. E’ una guida completa per chi vuole imparare a fare trading, e offre il giusto spazio tanto all’elemento psicologico quanto a quello tecnico.
  • The Essays of Warren Buffett: Lessons for Corporate America (Warren Buffett e Lawrence A. Cunningham). E’ scritto da uno dei trader più famosi e ricchi del pianeta. Si incentra, a dire il vero, sul mercato azionario. Tuttavia alterna indicazioni tecniche a indicazioni comportamentale, che possono essere ben recepite dagli investitori impegnati in tutti gli altri mercati.
  • Stocks for the Long Run (Jeremy Siegel). Altro testo dedicato ai trader dell’azionario. Nello specifico, offre informazioni per gli investimenti a lungo termine. La maggior parte delle indicazioni contenute nel libro, però, possono essere considerate “universali” e quindi utili anche agli investitori degli altri mercati.
  • Making the Most out of Your Money (Jane Bryant Quinn). Questo è un testo molto prezioso, scritto con un linguaggio a volte confidenziale, che coniuga tecnica e psicologia. Molto utile se ancora dovete maturare il giusto approccio mentale.
  • One Up on Wall Street (Peter Lynch). Testo molto particolare, mette al centro il tema delle informazioni, e offre consigli utili alla gestione delle stesse, nonché alla loro corretta interpretazione.
  • The Bogleheads’ Guide to Investing (Taylor Larimore, Mel Lindauer e Michael LeBoeuf). E’ il libro perfetto per chi vuole approcciarsi al trading in modo prudenziale. Tra le altre cose, infatti, offre indicazioni e istruzioni precise su due discipline fondamentali per i trader di ogni ordine e grado: il money management e il risk management. Inoltre, lo fa con un linguaggio chiaro, a uso e consumo dei principianti.

Corsi trading, quando sono utili?

I corsi di trading costituiscono una tipologia di risorsa formativa che si sta diffondendo a macchia d’olio. Sono sempre più numerosi gli aspiranti trader che inseriscono i corsi di trading all’interno del loro programma di studio. Molto spesso, rappresentano l’unica risorsa del percorso che dovrebbe portare un completo principiante a diventare un trader pronto per affrontare il mercato.

Tuttavia, un dubbio sorge spontaneo: i corsi di trading sono una moda o rappresentano veramente delle risorse utili? La risposta è sì, rappresentano una risorsa utile, ma solo a determinate condizioni.

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Prima di continuare vi segnaliamo da subito i webinar trading di XM perchè sono gratis e aperti a tutti. Si tratta di corsi trading in tempo reale con istruttori e trader professionisti sul forex, azioni, indici e materie prime. Tra gli istruttori compaiono figure premiate e professionalmente riconosciute come Lorenzo Sentino e Carlo Vallotto.

Ecco una panoramica su questo tipo di risorsa formativa e qualche consiglio per scegliere solo i corsi adeguati alle proprie esigenze.

Perché i corsi trading?

I corsi di trading, specie quelli indipendenti (ovvero non legati a nessun broker in particolare) possono veramente tornare utili al principiante. Se fatti bene, possono rappresentare una parte sostanziale, se non maggioritaria, dell’intero percorso formativo. Perché? Ecco qualche buon motivo.

  • Sono completi per definizione. Nella stragrande maggioranza dei casi, i corsi si pongono l’obiettivo di insegnare l’arte del trading a chi non la conosce. Sono quindi progettati a uso e consumo del principiante. Questi, quindi, ha a disposizione un pacchetto completo, molto più semplice da fruire rispetto a libri, video, articoli specialistici etc.
  • Integrano teoria e pratica. Sempre nella stragrande maggioranza dei casi, i corsi vengono registrati con grafici e piattaforme alla mano. Vi è quindi un connubio tra teoria e pratica, per quanto quest’ultima non preveda alcuna interazione (eccetto rari casi). Questo concretizza un vantaggio significativo per i corsi di trading, almeno rispetto alle altre tipologie di risorse formative, come i libri, i manuali, gli ebook.
  • Sono gestiti da trader professionisti. I corsi sono progettati e gestiti direttamente da trader, dunque da gente che, almeno in teoria, sa quello che dice. Questo è sicuramente una garanzia di affidabilità, e offre l’opportunità di creare – per quanto in differita – una relazione di mentorship.
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Ovviamente, i motivi sopra elencati rappresentano anche i requisiti minimi per prendere in considerazione un corso di trading. Un corso che dichiara la sua non completezza, che non prevede sessioni di trading (registrate o in diretta) e gestiti dal primo che passa, sono da scartare a priori.

Come riconoscere un buon corso di trading?

Non basta che un corso di trading rispetti questi requisiti minimi affinché venga considerato meritevole di attenzione. Anche perché, è bene chiarirlo, i corsi di trading rappresentano un investimento significativo. Il loro costo si aggira sulle parecchie centinaia di euro, sebbene spesso si sfoci nel migliaio (e si possa arrivare facilmente a cifre superiori).

Ad ogni modo, ecco qualche criterio ulteriore che può contribuire alla scelta. Ovvero, a distinguere i corsi di trading mediocri da quelli veramente utili.

  • Servizio chiavi in mano. Affinché un corso sia veramente meritevole di attenzioni, e possa rappresentare un investimento utile, esso deve offrire un servizio completo. Non deve semplicemente offrire contenuti utili ai principianti, ma questi devono consentire loro di diventare, in un tempo relativamente breve, dei trader fatti e finiti, pronti per il mercato. Dunque, assicuratevi che l’obiettivo del corso sia esattamente quello.
  • Le credenziali del trader. Che il docente sia un trader, è il requisito minimo. Ma è ovvio: esiste docente e docente, trader e trader. Il consiglio è di acquistare solo corsi progettati, gestiti e condotti da trader di successo, possibilmente molto conosciuti nell’ambiente, che possano portare dei risultati a riprova delle loro competenze. Se possibile, accertatevi anche dell’esperienza in campo formativo, dal momento che il successo di un corso non è dato solo dalle competenze di chi lo tiene, ma anche dalle sua capacità a trasmettere le nozioni.
  • Il costo. Quanto dovrebbe costare un buon corsi di trading? Ovviamente dipende dai contenuti. Certamente, non dovrebbe costare poco. Anzi, in quel caso si avrebbe la prova della sua mediocrità. Progettare e organizzare un corso costa, dunque se ci si trova di fronte a prodotti da 100 euro, è bene evitarli. Il prezzo, in questo caso, offre più di qualche indizio reale sul valore.