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Market movers: come scegliere quelli da seguire

I market movers sono elementi fondamentali per i trader che vogliano operare razionalmente, mettendo al bando l’improvvisazione. Tuttavia, il loro studio appare quanto mai complesso, specialmente agli occhi del principiante. Anche perché, prima di impegnarsi nel lavoro di interpretazione, occorre sceglierli. Proprio da una scelta saggia e oculata dipendono questioni fondamentali quali l’ottimizzazione del processo di analisi, la gestione delle risorse intellettuali e, perché no, fisiche.

In questo articolo offriamo qualche indicazione su come scegliere i market movers, prendendo in considerazione i mercati più importanti.

Consigli generali sui market movers

Prima di esporre una riflessione sul rapporto tra market movers e mercati, è bene fornire qualche consiglio generale sull’impiego dei market movers stessi.

In primo luogo, è fondamentale operare una scelta, e per giunta una scelta stringente, che punti alla massima concisione. Il rischio, se si opera altrimenti, è di produrre un’analisi superficiale. Molto spesso i principianti, nel timore di perdere per strada dettagli importanti, si lanciano in un’analisi forsennata, prendendo in considerazione il maggior numero di elementi possibili. Ebbene, questo è un approccio da evitare, in quanto manchevole della necessaria profondità e incapace di produrre risultati concreti.

Market mover e azioni

Quali sono i market movers del mercato azionario? Ebbene, in primo luogo è necessario prendere in esame le informazioni riguardante le aziende emittenti cui fanno capo le azioni in portfolio. Ciò significa analizzare i trimestrali, lo stato patrimoniale e il conto economico. Tuttavia, questi dati vanno contestualizzati, in primis rispetto al settore di riferimento e in secundis rispetto alla congiuntura.

Da qui, la necessità di prendere in considerazione altre due classi di market movers: gli indici, che fungono da benchmark, e i parametri dell’economia reale, che offrono un’idea della congiuntura. 

Ovviamente, sebbene in posizione leggermente più defilata, vanno considerati i market movers legati alla politica monetaria, che determinano le condizioni del credito. Grande importanza, infine, va data alle vicende politiche, che possono incidere sul clima produttivo, sull’industria etc. 

Market mover e Forex

Per il Forex la questione è leggermente più complicata. I market movers su cui focalizzare la propria attenzioni sono quelli riguardanti la politica monetaria, i quali agiscono più o meno direttamente sulla massa monetaria, e quindi sui rapporti tra le valute. Grande peso acquisiscono anche i market movers per così dire estemporanei, non periodici, come le dichiarazione dei policy maker che, appunto, offrono spunti per intuire la politica monetaria. 

Vanno tuttavia considerati anche i market movers legati all’economia reale. Anche perché le valute sono, di norma, espressione della forza economica di un paese. Dunque occhio anche al PIL, al mercato del lavoro, alla produzione. Una particolare attenzione va prestata all’inflazione, che solo in apparenza è un dato esclusivo dell’economia reale. Di fatto, orienta le scelte di politica monetaria in maniera quasi automatica, come le recenti vicende della BCE e della Fed hanno dimostrato. 

Market mover e materie prime

Il discorso qui è abbastanza complicato in quanto ogni materia prima è praticamente una questione a sé. In genere, però, possono essere suddivise in materie prime in senso stesso e in metalli preziosi. Le materie prime in senso stretto sono suscettibili delle vicende geopolitiche e politiche, come anche del clima. In linea di massima, vanno considerati fattori preponderanti tutti quegli elementi che possono compromettere o favorire la produzione. 

Per quanto riguarda i metalli preziosi, a guidare è soprattutto il parco di market movers legati all’economia reale. La correlazione, però, è inversa: peggio va l’economia, migliori sono le performance dei metalli. Il motivo è semplice: sono considerati dei beni rifugio. Il riferimento è ovviamente all’oro. 

In questa prospettiva, assume una funzione di market mover…. Il Forex. Le principali valute, infatti, vantano con i metalli preziosi una correlazione inversa, sempre a causa del meccanismo dei beni rifugio. 

Guerra dei dazi: gli effetti sul Forex Trading

La guerra dei dazi, più propriamente guerra commerciale, rischia di imperversare lungo tutto il globo. A lanciare la prima offensiva, e quindi ad aver iniziato questo gioco che da molti è considerato pericolosissimo, sono stati gli USA. Molti temono effetti parecchio negativi a tutti i livelli: commerciale (appunto), economico, finanziario. Certamente, si apprezzeranno, se gli eventi dovessero precipitare, anche conseguenze significative per il Forex Trading.

In questo articolo faremo il punto della situazione, illustrando cause, prospettive ed effetti della guerra dei dazi, sia in una prospettiva generale che in prospettiva Forex Trading.

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Guerra dei dazi: cosa sta succedendo

Il fenomeno della guerra dei dazi è esploso dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha prima annunciato e poi varato alcune sanzioni, o per meglio dire dire sovrattasse, sui beni importati dalla Cina. Ovviamente, non tutti i beni importati dalla colosso asiatico sono stati coinvolti in questa manovra. La lista, comunque, è abbastanza ricca e in grado, secondo le prime stime, di compromettere l’export Cina-USA per un valore vicino ai 100 miliardi di dollari.

La guerra dei dazi si è arricchita di un nuovo capitolo di recente, quando lo stesso Donald Trump ha annunciato che, da tali offensive, non verrà esclusa nemmeno l’Unione Europea, che in linea teorica non è solo un partner commerciale ma anche un alleato militare e politico. I dazi dovrebbero riguarda soprattutto le importazioni dell’acciaio. A ciò, anche se ha fatto meno scalpore, si aggiungono le promesse di protezionismo scagliate contro altri stati, tra cui Messico e Canada.

Quella dei dazi è stata definita, appunto, “guerra” perché i paesi coinvolti non stanno rimanendo con le mani in mano. Sono partite controffensive simili da parte della Cina, mentre l’Unione Europea ha già dichiarato che reagirà prontamente alla politica protezionistica americana. Probabilmente, la questione verrà portata direttamente al WTO.

Perché la guerra dei dazi

In un’epoca, come questa, basata sulla globalizzazione e sull’interdipendenza, non solo commerciale, tra paesi e continenti, fa specie sentire parlare di dazi e protezionismo. Tuttavia, dietro le iniziative dell’amministrazione statunitense non c’è il delirio di un isolazionista bensì un chiaro disegno economico. Donald Trump, infatti, si è posto l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori americani. Per farlo, ha scelto la via della competitività. Gli Stati Uniti, infatti, scontano un deficit di competitività causato da un lato da condizioni fiscali proibitive rispetto ai concorrenti asiatici, e dall’altro da una cronica tendenza al deficit commerciale.

Per questo motivo, ha agito da un lato varando uno shock fiscale e dall’altro innescando una spirale protezionista. Da qui l’introduzione dei dazi. Non stupisce, quindi, che i due bersagli principali siano proprio l’Unione Europea, che sta addirittura basando la sua crescita sull’export, e la Cina.

Il grimaldello per aprire la porta dell’avanzo commerciale, dal punto di vista statunitense, è la svalutazione del dollaro. Ciò è visto come una esigenza dall’amministrazione federale, anzi come un fattore propedeutico alla riduzione del deficit commerciale. Tanto più che negli ultimi anni l’euro si è svalutato nei confronti del dollaro, fino a sfiorare la parità.

Le conseguenze della guerra dei dazi

La chiusura del precedente paragrafo spiana la strada a una riflessione sugli effetti della guerra dei dazi, soprattutto dal punto di vista del Forex. Se il fattore propedeutico al piano di Trump è la svalutazione del dollaro, allora non deve stupire che il rischio maggiore per gli investitori del mercato valutario sia proprio questo: una spinta pesantemente rialzista e duratura della coppia euro-dollaro.

I Forex trader, quindi, dovrebbero ragionare esattamente in questi termini. Se il piano di Trump funzionerà, si assisterà a una svalutazione del dollaro e un rafforzamento dell’euro. Si parla di euro, principalmente, perché da un lato lo yuan cinese è parzialmente controllato dalle autorità governative cinese e perché, dall’altro lato, proprio l’Unione Europea rappresenta uno dei maggiori partner commerciali degli Stati Uniti (con esplicito riferimento alla Germania). Non si esclude, però, anzi è probabile, una svalutazione generale del dollaro, anche rispetto alle altre valute.

Dal punto di vista economico, le conseguenze saranno ben peggiori di un trend rialzista dell’euro-dollaro. Il rischio è di soffocare il commercio mondiale, anche perché, come già anticipato, i paesi coinvolti minacciano di reagire prontamente (e in un certo senso lo stanno già facendo).

Prospettive della guerra dei dazi

Secondo alcuni analisti, Donald Trump, benché abbia iniziato un gioco strano e pericoloso, non ha tutti i torti. La Cina, infatti, è accusata dagli Stati Uniti di agire in maniera scorretta, e di basare la sua competitività su un approccio poco democratico e occidentale al mondo del lavoro (per esempio, il costo della manodopera è ancora molto basso). L’Unione Europea, invece, utilizza un approccio mercantilista, soprattutto a causa della trazione Germanica, che rischia di causare altrove parecchi squilibri. Una interpretazione, questa, condivisa anche dalla precedente amministrazione Obama, la quale ha tentato più volte di persuadere la Germania a non esagerare con il suo surplus commerciale.

Detto ciò, occorre valutare se il rimedio proposto da Trump non sia peggiore del male e se, da un punto di vista americano, tale piano possa funzionare.

A parere di chi scrive, corroborato da quello di vari analisti, il piano del presidente USA è costretto a fallire. Ecco alcuni dei motivi.

Il mondo è troppo globalizzato. La guerra dei dazi potrebbe non essere praticabile per una questione semplice: i dazi non colpiscono solo i paesi esportatori, ma anche i paesi importatori, ossa gli Stati Uniti. Le aziende manifatturiere americane, infatti, potrebbero ricevere detrimento da queste politiche perché molto banalmente, basano le loro attività sull’acquisto di materie prime e semilavorati provenienti dalla Cina e dall’Europa. La filiera è molto complessa e, in quasi tutti i casi, fa praticamente il giro del mondo, avvantaggiando tutte le parti in causa.

Gli Stati Uniti rischiano di isolarsi. Le reazioni, per ora principalmente politica, dei paesi “offesi”, sono state parecchio dure. Come già detto in questo articolo, nessuno ha intenzione di stare con le mani in mano. E’ ovvio che un assetto “USA contro tutti” non fa bene in primo luogo agli Stati Uniti. Ciò pare essere stato compreso anche dall’amministrazione a-stelle-e-strisce, che si è già seduta al tavolo con la Cina per limitare gli effetti di un protezionismo incrociato.

Dalla guerra dei dazi si potrebbe passare alla guerra di valute. E’ lo scenario peggiore in assoluto. Nel caso la guerra non si concludesse con una tregua, i vari paesi potrebbero passare alle maniere forti, il ché significa svalutare la propria valuta per compensare l’aumento dei dazi. Ecco, gli effetti di una tale deriva sarebbero veramente pessimi e forieri di forti squilibri. D’altronde, una piccola guerra di valute è già stata sperimentata nel 2013-2014, e nessuno ha voglia di sperimentarla di nuovo.

Criptovalute e regolamentazione: prospettive e status quo

Il mondo delle criptovalute è relativamente nuovo. Se da un lato ciò stimola la curiosità, dall’altro alimenta un po’ di scetticismo, soprattutto per ciò che riguarda la sicurezza. Il nodo attorno al quale si stanno sviluppando le più accese discussioni, non a caso, è proprio quello della regolamentazione. La strada verso un inquadramento giuridico che tuteli il consumatore e determini un gettito fiscale per gli stati è però ricca di ostacoli. Anche perché il concetto stesso di regolamentazione è da alcuni giudicato in contraddizione con i principi di autonomia e decentralizzazione che sono l’essenza stessa delle criptovalute.

In questo articolo faremo il punto della situazione, citando gli orientamenti espressi dalle autorità e, laddove ve ne siano stati, gli interventi di natura legislativa già realizzati.

Criptovalute e regolamentazione in Europa

L’atteggiamento delle autorità europee nei confronti delle criptovalute si caratterizza per i seguenti elementi.

Ordine sparso. Come spesso accade in questi casi, specie se si parla di Unione Europea, i vari stati membri si stanno muovendo ognuno per conto proprio. E’ certamente un male, se si considera la necessità di chiarezza espressa dagli investitori. E’ invece un bene, se si considera la lentezza con il quale, giocoforza, la UE legifera.

Interesse per la blockchain. I pareri delle autorità europee, benché espressi spesso a titolo personale, rivelano un interesse per la tecnologia delle blockchain. Essa è considerata innovativa e in alcuni casi in grado, certo nel medio e lungo termine, di rivoluzionare i rapporti economici a un livello sia privato che pubblico.

Scetticismo per le criptovalute. Generalmente, le criptovalute vengono considerate come strumenti di investimento speculativo molto pericolosi, soprattutto alla luce della loro estrema volatilità. Questo scetticismo è esteso anche alle ICO, che però dal punto di vista della regolamentazione sono più inquadrabili, anche perché hanno parecchio in comune con il crowdfunding.

Per quanto riguarda le posizioni già prese si segnalano i seguenti interventi.

Gibilterra. A inizio anno ha varato un quadro normativo per le Distribuited Ledger Technology, ossia tutte quelle tecnologie che fanno riferimento ai database condivisi. In buona sostanza, ha applicato a queste tecnologie lo stesso impianto normativo degli intermediari finanziari. Gibilterra, inoltre, ha specificato che nel breve periodo sarà varata una legge ad hoc per regolamentare le ICO. Si pensa che verrà introdotta la figura dello sponsor, ossia un professionista che funga da responsabile delle operazioni.

Svizzera. La FINMA, ovvero l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari del paese elvetico, ha prodotto a settembre 2017 un interessante documento in cui fa il punto della situazione e offre orientamenti specifici per i promotori di ICO. In sintesi, ha elencato i casi in cui le ICO debbano essere soggette alle regole valide per gli intermediari finanziari. La discriminante è la funzione dei token (pagamento, se immediatamente liquidi; utility, se finalizzati all’uso di un servizio; di investimento, se compatibili con il trading). Il documento è interessante anche perché offre una specie di tutorial sul mondo crypto, a uso e consumo degli investitori.

Germania. la BAFIN, ovvero l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari tedesca, ha utilizzato un approccio simile a quello svizzero. Ha infatti emesso un comunicato nel quale elenca le situazioni in cui le ICO debbano essere sottoposte alle norme in vigore sugli intermediari. A differenza del caso Svizzero, però, qui non si apprezza un lavoro di classificazione vera e propria, con il rischio di dover procedere caso per caso.

Italia. La regolamentazione rischia di essere ipertrofica e in grado di creare parecchi problemi a chi intende commerciare in criptovalute. Il motivo di ciò risiede nell’intenzione, da parte del legislatore italiano, di porre un argine al rischio riciclaggio. Se altrove, infatti, l’impianto è finalizzato alle regolamentazione di un fenomeno, in Italia esso è finalizzato al contrasto di un crimine. Ad ogni modo, secondo la legge nostrana, non solo chi promuove servizi di conversione fiat-crypto deve iscriversi al registro dei cambiavalute, ma anche chi semplicemente accetta pagamenti in valuta virtuale. Premesso che, in realtà, per ora sul tavolo c’è solo uno schema del decreto ministeriale di attuazione, a cui seguirà a breve una consultazione pubblica. Tuttavia, è evidente: se questo impianto venisse conservato, ciò rappresenterebbe un pesante disincentivo non solo per gli investitori ma anche per quelle aziende che pensano a progetti innovativi e basati sulla blockchain.

Criptovalute e regolamentazione in Asia

Anche qui si procede in ordine sparso, il ché è anche fisiologico: a differenza dell’Europa, in Asia non esiste un organismo comunitario. Ad ogni modo, la linea di demarcazione separa da un lato il Giappone e dall’altro Corea del Sud e Cina.

Il Giappone ha adottato un approccio molto positivo al mondo delle criptovalute. Esse, infatti, sono state ufficialmente dichiarate mezzo legale di pagamento già nel 2017.

In Cina e in Corea del Sud, attualmente, si “apprezza” una vera e propria offensiva nei confronti delle criptovalute. Entrambi i paesi ne hanno vietato il commercio, con le autorità coreane che addirittura definiscono le criptovalute come un pericolo per l’integrità morale della nazionale. La Cina, comunque, riconosce le potenzialità delle tecnologia e infatti sta pensando addirittura a creare una criptovaluta governativa. Nel caso cinese, quindi, si ravvisa il timore che lo strumento possa svilupparsi al di fuori del controllo statale. Nel caso coreano, invece, si potrebbe ravvisare una semplice questione di principio.

Criptovalute e regolamentazione negli Stati Uniti

L’atteggiamento degli Stati Uniti è particolare. Nello specifico, è intervenuto in alcuni casi particolari. Per esempio, la SEC, sia a livello federale che statale, si è attivata per bloccare un paio di attività riguardanti le criptovalute. I casi più eclatanti hanno riguardato Bitconnet e Arise Bank.

Dal punto di vista generale, si segnala un importante studio della Fed, che però più che prospettive di regolamentazione ha indagato l’opportunità, in via teorica, di creare una criptovaluta federale (con esito negativo).

Più significativa l’audizione della SEC presso il Committee on Banking, Housing and Urban Affairs. In quella sede, infatti, si è fatto esplicito riferimento alla necessità di creare un quadro normativo ad hoc, in modo da consentire ai cittadini di investire in tutta sicurezza su ICO e criptovalute. Durante l’audizione è stato dichiarato, inoltre, che tali strumenti potrebbero rappresentare un’occasione di guadagno per le aziende. Insomma, negli Stati Uniti la regolamentazione federale scarseggia ma il dibattito è comunque molto ricco.

Come interpretare i discorsi delle banche centrali

Tra i market mover più importanti spiccano i discorsi degli esponenti delle banche centrali. Spesso, a vario titolo e nei contesti più diversi, intervengono presidenti, governatori, semplici esponenti del board. Vanno presi tutti in considerazione in quanto capaci, con la sola forza delle parole, di esercitare un significativo impatto del mercato. Peccato, però, che questo impatto non sia prevedibile, almeno rispetto agli altri market mover. Anche perché non si può sapere in anticipo, e con assoluto precisione, cosa il policy maker dirà. E’ possibile, però, farsi una idea sia del contenuto che dell’impatto che un dato discorso eserciterà sul mercato.



In questo articolo offriremo qualche consiglio prezioso a riguardo.

Perché i discorsi delle banche centrali sono importanti

Ci sono almeno quattro validi motivi per cui i discorsi degli esponenti delle banche centrali non vanno presi sotto gamba.

Le banche centrali decidono la politica monetaria. Nello specifico, decidono i tassi di interesse e gli eventuali programmi di Quantitative Easing. Strumenti, questi, che influenzano la massa monetaria e quindi i cambi. Non solo, effettuano previsioni che vengono prese parecchio in considerazione, visto l’autorevolezza della fonte, dagli investitori.

Il mercato è incerto. Stante l’endemica e strutturale condizione di incertezza in cui versa il mercato, gli investitori sono alla “disperata” ricerca di elementi sui quali basare le loro previsioni. Appunto, ciò che fanno e dicono le banche centrali sono senz’altro strumenti di orientamento. Se gli investitori si regolano in base ai movimenti delle banche centrale, vuole dire che esse, in ogni caso, influenzano il mercato.

Le banche centrali utilizzano i discorsi in maniera strumentale. Le banche centrali hanno a disposizione strumenti molto potenti (i già citati tassi di interesse e Quantitative Easing). Tuttavia, sono consapevoli dell’ascendente che esercitano sul mercato e utilizzano i loro discorsi per influenzarne il corso. Ovviamente, in funzione del raggiungimento degli obiettivi, che nella maggior parte dei casi si riducono alla stabilità dei prezzi. Dunque, l’impatto dei discorsi, essendo in qualche modo calcolato, può essere, se non proprio previsto, almeno analizzato in itinere piuttosto facilmente.

Le banche centrali godono di grande copertura mediatica. La banca centrale è una istituzione e in quanto tale viene presa in considerazione anche dai media. Paradossalmente, le dichiarazione degli esponenti, in particolare di presidenti e governatori, rappresentano uno dei pochi market mover che gode di una copertura mediatica anche nei canali generalisti. Ciò non fa altro che amplificare l’effetto di tali dichiarazioni e quindi l’impatto sul mercato.

Come anticipare un discorso della banca centrale

In realtà, come abbiamo specificato a inizio articolo, anticipare un discorso è impossibile, almeno nella maniera e nella misura in cui si anticipa un qualsiasi altro market mover tecnico. Tuttavia, in base ad alcuni fattori è possibile, con un certo grado di approssimazione, intuire la direzione e la forza dell’impatto. Ecco i fattori in questione.

Tipo di discorso. Esistono discorsi e discorsi. Alcuni sono importanti, altri meno. Alcuni sono imprevedibili, altri meno. Paradossalmente, a un elevato grado di importanza non corrispondenze sempre un pari livello di imprevedibilità. Anzi, spesso è proprio un discorso meno importante a essere molto imprevedibile. Ad ogni modo, un esponente della banca centrale può intervenire nella conferenza stampa post meeting; in un panel-conferenza; durante una intervista o ai margini di un evento.

Nel primo caso, il market mover è importantissimo ma tutto sommato prevedibile nei contenuti, anche perché le conferenze stampa sono sempre precedute da un comunicato. Nel secondo caso, il market mover è un po’ meno importante ma è più imprevedibile, in quanto non inserito in un contesto decisionale preciso. Infine, nel terzo caso il discorso è ufficialmente meno importante in quanto di natura informale, ma è imprevedibile perché spesso l’intervistato parla a braccio, sollecitato dalle domande dell’intervistatore.

Tipo di persona. Anche il “chi”, ovviamente, ha una influenza sull’impatto e sulla direzione dello stesso. Occorre fare attenzione sia alla carica che al carattere. E’ ovvio: un discorso di Mario Draghi è molto più importante e decisivo rispetto al discorso di un esponente del board. Per quanto riguarda la personalità, essa è importante per decifrare in anticipo il contenuto di un discorso: se il policy maker è noto per il suo approccio diplomatico, è improbabile che “lanci bombe”. Contemporaneamente, però, se il discorso verte su temi sensibili, questo viene maggiormente preso in considerazione e il suo impatto aumenta considerevolmente.

Contesto macroeconomico. E’ probabilmente il fattore più importante in assoluto. Anche perché il contenuto di un discorso, se è vero che questo viene considerato proprio dalle banche centrali come uno strumento, dipende dagli obiettivi che si intendono raggiungere. Se il contesto è per esempio di transizione, ovvero vede il passaggio a un approccio diverso di politica monetaria, è probabile che il policy maker inserisca un riferimento a ciò che la banca centrale farà in futuro, soprattutto per anticipare il processo di sconto del mercato rispetto a una determinata iniziativa. Il contesto potrebbe essere anche relativamente tranquillo, caratterizzato quindi da una road map tracciata. In questo caso, è improbabile che il discorso eserciti un impatto meno significativo.

Contesto politico. Pure ciò che accade al di fuori dell’economia influenza il comportamento delle banche centrali. Anche perché, in fondo, tutto si lega. Il policy maker potrebbe essere portato a commentare una iniziativa dei governi o a lanciare una previsione circa gli effetti di un evento geopolitico importante (pensiamo ai dazi). Il tutto, ovviamente, nel tentativo di suscitare una reazione nei mercati che sia il più possibile funzionale al raggiungimento di determinati obiettivi. Se il contesto geopolitico è caldo, è elevata la probabilità che, anche in presenza di un esponente particolarmente abbottonato, siano gli stessi partecipanti all’evento (es. i giornalisti) a porre domande a riguardo.

Come partecipare Gratis all’Investors Gala di Roma 30 Giugno

Sta per arrivare il grande giorno dell’ Investors Gala di Roma del 30 Giugno 2018. Dopo Shangai, Malesia, Madrid e Francoforte è il momento di festeggiare anche in Italia.

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L’evento è un’occasione unica per tutti coloro che vogliono conoscere e confrontarsi con trader di alto rilievo e vogliono trascorrere qualche ora per parlare di trading online.

L’investors Gala non è solo didattica ma ci saranno tanti altri momenti unici come la Cena, i Premi a sorteggio tra i presenti, musica dal vivo e intrattenimento.

L’ Investors Gala è aperto a tutti i traders sia clienti di XM che non clienti.

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  •  Data dell’Evento:
    30 giugno 2018
  •  Orari:
    17:00 – 24:00 (GMT +2)
  •  Sede:
    Parco dei Principi Roma
  •  Premi:
    Sessione di Trading Individuale

 

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Questra World è una truffa? Consob corre ai ripari

Il problema delle truffe nel mondo degli investimenti è molto sentito e dibattito. La questione ruota attorno alla relativa facilità con cui realtà molto ambigue riescono ad attrarre clienti. Facilità che trova le sue origini in alcune legislazioni nazionali particolarmente flessibili e nella vulnerabilità di chi, tra i potenziali clienti, punta a sbarcare il lunario con poco (facendosi ammaliare da offerte “imperdibili” ma per nulla verosimili).

questra world truffa Non sappiamo se questo sia il caso del network Questra, dal momento che sono poche le informazioni a riguardo. Le uniche informazioni riguardano lo stop imposto da alcuni organi di vigilanza nazionali, tra cui spicca la nostra Consob. Non molto tempo fa, a Luglio 2017 per la precisione, la Consob ha lanciato un comunicato nel quale annunciava di aver interdetto le iniziative pubblicitarie portate avanti dal network Questra (vedi qui il comunicato lanciato).

Il comunicato della Consob su Questra

Cosa dice il comunicato della Consob? Ecco tutte le informazioni che, da quelle poche righe, è possibile ricavare.

In primo luogo, i destinatari dei provvedimenti. Si tratta di tre società, apparentemente riconducibili alla medesima realtà: Questa World, Questra Holdings, Atlantic Global Asset Management. In estrema sintesi, queste società avrebbero svolto attività di tipo finanziario, principalmente raccolta di denaro per un’offerta pubblica e promozione di strumenti di investimento, in maniera abusiva, senza alcuna autorizzazione.

Questi i provvedimenti decisi dalla Consob.

  • Sospensione in via cautelare e per un periodo di 90 giorni dell’attività pubblicitaria realizzata attraverso la pagina Facebook QuestraWorldIItaliaAffiliati, incentrata sulla promozione di un portafoglio di investimenti.
  • Sospensione in via cautelare e per un periodo di 90 giorni dell’offerta al pubblico delle quote di adesione al progetto “Eliciclocoltura”, realizzata senza le autorizzazione dovute per legge.
  • Sospensione con le medesime modalità e per il medesimo periodo dell’offerta al pubblico delle quote d’adesione al progetto “Business americano, anch’essa realizzata in assenza delle dovute autorizzazioni.

La Consob, infine, ha sospeso in via cautelare e per 90 giorni l’attività promozionare realizzata da tale Mario Ongaro sul sito www. questraholdingsitalia . com, riguardante l’offerta pubblica di portafogli di investimento.

Questra è una truffa? è uno schema Ponzi?

Come già anticipato, le uniche informazioni ufficiali riguardano la sospensione di attività finanziarie e promozionali riguardanti fantomatici prodotti di investimento e di portafogli. La sospensione ha trovato una esecuzione immediata, quindi è difficile verificare in prima persona la reale pericolosità o ambiguità dei progetti. In ogni caso, le società in questione non avevano l’autorizzazione e tanto è basta per giustificarne l’allontamento.

Ad ogni modo, in rete sono presenti alcuni contenuti che parlano di Questra. A quanto pare, si tratta – anzi, si trattava – di una versione smart dello Schema Ponzi legato a scammers russi e canali bancari africani.

Per chi non lo sapesse, lo Schema Ponzi è un sistema che prometti guadagni a chi, oltre a investire denaro reale, trova a sua volta degli investitori. Il momento del return of investment viene rimandato adducendo varie motivazioni, fino a quando il sistema non collassa e tutti (eccetto gli organizzatori) si trovano con il classico pugno di mosche in mano.

Ti invitiamo a leggere anche l’elenco società truffa aggiornato: https://guidatrading.com/broker-truffa-lhcbrokers-aggiornamento-lista-broker-scam/

Le 7 regole di Benjamin Graham per fare soldi con il trading

Benjamin Graham è stato uno dei trader più famosi della storia.

Benjamin GrahamLa sua fama deriva certamente dai successi che ha raccolto nel trading ma anche dalla sua attività divulgativa. Ha all’attivo, infatti, numerose pubblicazioni, le quali puntano a formare i nuovi trader e favorire l’adozione di una forma mentis che mette al primo posto la razionalità e la logica.

La sua opera più importante è The Intelligent Investor, che offre consigli, metodiche e approcci per chi vuole guadagnare con il mercato azionario. Il tutto nonostante sia stato scritto più di quarant’anni fa.

7 regole per avere successo nel trading

Da The Intelligent Investor si possono estrapolare sette regole “auree” per avere successo nel trading azionario.

Scegli un’azienda che abbia delle dimensioni adeguate. Secondo Benjamin Graham, un’azienda emette azioni affidabili solo se è sufficiente grande. Il trader fornisce coordinate precise per operare una scelta efficace. L’azienda, infatti, deve vantare almeno 100 milioni di dollari di fatturato se è di tipo industriale, e almeno 50 milioni di dollaro se è impegnata nei servizi. L’idea di base è ignorare le aziende piccole, in quanto suscettibili in maniera più intensa alle vicissitudine del mercato.

Scegli un’azienda che abbia una situazione finanziaria solida. Questo può sembrare un consiglio banale ma non lo è affatto, anche perché Graham chiarisce cosa intende per azienda solida. Nello specifico è un’azienda i cui asset di investimento sono il doppio agli asset di indebitamento. Il trader riassume il tutto con questa equazione:

Rapporto debiti/mezzi propri = 0,5.

Scegli un’azienda che abbia dei guadagni stabili. Anche in questo caso Benjamin Graham parte da una indicazione che sembra dipendere unicamente dal buon senso e giunge a una regola complessa. Il trader infatti consiglia di verificare in maniera concreta la stabilità dei guadagni, proponendo un’analisi storica del fatturato che coinvolga gli ultimi dieci anni di vita di un’azienda. Solo attraverso una imponente opera di contestualizzazione, infatti, è possibile intuire cosa riserva il futuro.

Scegli un’azienda che rilasci dividendi in modo continuo e regolare. Il principio è il medesimo. Come si fa a capire se un’azienda tende a offrire dividendi e lo farà anche in futuro? Occorre rivolgere lo sguardo al passato. Qui, però, l’orizzonte temporale si amplia ancora di più e raggiunge i 20 anni. Se l’analisi dei dividendi dell’ultimo ventennio fornisce indizi di continuità e regolarità, allora l’azienda donerà dividendi con un approccio simile anche in futuro.

Scegli un’azienda con un percorso di crescita definito. Anche qui siamo di fronte a un misto tra buon senso e approccio tecnico. E’ ovvio: un’azienda in crescita vanta azioni appetibili, il cui valore è destinato ad aumentare. Secondo Benjamin Graham il miglior modo per capire se un’azienda è inserita in un percorso di crescita è analizzare le performance degli ultimi dieci anni. Il trader crede che in questo lasso di tempo l’azienda, per essere appunto definita “in crescita”, debba aver registrato un aumento degli utili pari al 30%.

Punta a un rapporto moderato tra prezzi e utili. Secondo Gragam, questo rapporto non dovrebbe essere superiore a 15. Il trader propone un’altra formula interessante: l’inverso del rapporto prezzi / utili deve essere maggiore del tasso corrente dei titoli di Stato di lungo periodo. Se il tasso corrente dei bond è del 8%, per esempio, il rapporto prezzo/utili deve essere superiore a 12,5. Queste regole sono veramente efficace quando il trader utilizza un approccio difensivo, che nell’ottica di Graham coincide con un modus operandi che rifugge dai portafogli la cui redditività è legata esclusivamente alle performance – in termini di utili – di un’azienda.

Diversifica. Ok, è un consiglio che può sembrare superfluo, ma c’è da dire che quando il Graham ha scritto The Intelligent Investor, la diversificazione non era un approccio diffuso in maniera capillare. Proprio Graham è stato uno dei trader ad aver, se non proprio sdoganato, contribuito a far percepire la diversificazione come un modus operandi non solo auspicabile ma addirittura necessario. La diversificazione che propone Graham non punta all’eterogeneità del portafoglio dal punto di vista degli asset, bensì dei mercati. Secondo lui, un portafoglio potrebbe essere benissimo diversificato anche se composto principalmente da azioni.

Come la tensione tra USA, Russia e Corea del Nord influenzerà i mercati

Quando scoppia una crisi geopolitica, è difficile non mettere in ballo la finanza internazionale. La verità è che quanto accade al di fuori del mercato, per quanto di carattere niente affatto economico, influenza il mercato stesso. Ovviamente le dinamiche sono le più disparate e dipendono dal tipo di crisi, dal tipo di paese coinvolto e così via.

Lo stesso ragionamento può essere applicato, ovviamente, alla grave crisi diplomatica causata dalla Corea del Nord. Vale la pena ragionare sull’impatto di una eventuale escalation delle tensioni, anche perché queste potrebbero interessare un’area ben più ampia dell’Estremo Oriente. A partecipare al processo diplomatico, che a dire il vero per ora langue, la Russia e, seppur ai margini, l’Unione Europea.

Come hanno reagito i mercati ai test missilistici della Corea del Nord

Dunque, come impatterà sul mercato un inasprimento della crisi? Prima di rispondere a questa domanda è necessario fare una premessa: fino ad adesso, i mercati non si sono scomposti più di tanto. Eventi anche molto gravi, come il lancio di missili “forse” intercontinentali e l’esplosione di una bomba a idrogeno non hanno granché influenzato gli investitori, nemmeno in relazione agli asset sud coreani (la Corea del Sud è oggetto delle mire dei cugini del nord). Anzi, l’indice KOSPI si è addirittura apprezzato del 16,4% in questo 2017.

Il motivo di questa imperturbabilità va rintracciato nella percezione che hanno gli investitori circa la stessa crisi nord coreana: semplicemente, hanno tutti le mani legate. Nessuno può muovere guerra, visto che i partner in campo hanno tutti, o quasi, la bomba atomica. Si pensa che, tutt’al più, si arriverà a un ulteriore inasprimento delle sanzioni o a un compromesso vero e proprio con la Nord Corea.

La reazione dei mercati in caso di attacco

Ma se si arrivasse a un attacco? Gli scenari sono due: un conflitto su scala regionale o un conflitto su scala globale. Su quest’ultimo è inutile fare supposizioni, dal momento che sarebbe un evento troppo grande per prevederne gli effetti. Per quanto riguarda il primo, però, si possono fare delle supposizioni.

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A farne le spese sarà principalmente la Corea del Sud. Il rischio è che una guerra possa modificare gli attuali assetti produttivi nazionali e, di conseguenza, quelli mondiali. Non è un ragionamento eccessivo, se si pensa che Seul è leader in numerosi settori, in primis in quello hi-tech. Giusto per rendere l’idea, la Corea del Sud producono il 40% dei display a cristalli liquidi e il 17% dei semi conduttori. Se la crisi coinvolgerà in maniera ancora più stretta il Giappone, questa dinamica si inasprirà, dal momento che Tokyo, ancora più di Seul, vanta una posizione di supremazia in molti mercati.

A livello concreto, un crollo degli asset azionari giapponesi e coreani sarebbe molto probabile, così come anche una forte svalutazione delle rispettive valute.

Più difficile produrre previsioni circa gli asset americani, russi o cinesi, dal momento che non è possibile prevedere il grado di coinvolgimento in un futuribile conflitto (sempre su scala regionale). Visto i loro legami con Russia e Giappone, non è escluso che anche loro possano subire conseguenze a livello finanziario.

Quotazioni e previsioni prezzo dell’Oro

L’oro è un bene rifugio e in situazioni di incertezza economica, finanziaria e di instabilità politica tende ad incrementare il suo valore. Ecco che le quotazioni si sono mosse in modo veloce da 1260 a 1360. Nell’ultima settimana si è visto un ripiego verso 1300.

Gli analisti finanziari concordano su una visione rialzista di lungo periodo finchè i prezzi riusciranno a soffermarsi sopra 1260.

Quotazioni e previsioni prezzo del petrolio

Anche il Petrolio Wti ha reagito con un forte rialzo dalla nascita delle prime tensioni politiche tra USA e Corea del nord. Si può notare una spinta dai 42 a oltre 50 dollari. Tale spinta potrebbe essere ancora valida fino a 55 dollari. Se il prezzo poi riuscirà a rompere i 55 dollari allora è molto probabile un nuovo trend che porterà le quotazioni fino a 75 dollari. Quindi la valutazione rimane rialzista fino a che il supporto di 45 dollari riesce a tenere i prezzi.

Le criptovalute e la nuova legge antiriciclaggio: conseguenze per gli investitori

Il legislatore si è interessato, forse un po’ inaspettatamente, alle criptovalute. Il riferimento, in particolare, è al legislatore italiano. Il Bel Paese, infatti, ha battuto sul tempo tutti gli altri, concretizzando, non senza una certa dose di discrezionalità, una direttiva europea che invitava gli stati membri a definire il ruolo degli intermediari delle criptovalute, in funzione antiriciclaggio. Ne è risultato un decreto legislativo, il n.90 del 2017, promulgato il 25 maggio ed entrato in vigore il 4 luglio.

Il timore degli investitori è che questo gire di vite possa, in qualche modo, compromettere o rendere più difficoltose le attività di investimento. E’ davvero così? Ecco le novità introdotte dal decreto.

criptovalute

Il decreto e le criptovalute: i contenuti

Niente paura. Almeno in linea teorica, non dovrebbero esserci conseguenze per gli investitori. Il decreto legislativo, infatti, interviene in un ambito che non è affatto operativo, bensì… Informativo. Introduce, molto banalmente, obblighi di trasparenza. Questi, ovviamente, devono essere rispettati da quei soggetti che operano “dall’altro lato della cattedra” rispetto agli investitori, ossia da chi fornisce servizi di intermediazione. Il decreto li definisce “cambia valute virtuale”. Nello specifico, sono cambiavalute virtuali tutti quei soggetti che offrono a terzi servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione delle criptovalute. Fanno parte di questa categoria anche chi fornisce servizi di conversione delle criptovalute in valute aventi corso legale.

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Il decreto impone a questi soggetti, siano esse persone fisiche o giuridiche, di comunicare in maniera standardizzata la loro presenza sul territorio, secondo il principio di riconoscibilità. La volontà è quella di impedire che le criptovalute diventino, o possano diventare, un canale per il riciclaggio del denaro. Sia chiaro, ad oggi non sono pervenuti casi in cui le valute virtuali siano stati utilizzati a questo scopo ma il legislatore ha fiutato, almeno in astratto, il pericolo.

Il decreto fa luce anche sulla definizione di valuta virtuale, passibile di una certa confusione vista l’eterogeneità dello strumento. Secondo il legislatore italiano, la valuta virtuale è tale solo se non viene emessa da una banca centrale e non ha, e non può avere, un corrispettivo materiale, bensì solo digitale. Una definizione semplice ma che lascia comunque spazio alle innovazioni future ed eventuali nel campo delle criptovalute.

Ad ogni modo, agli investitori basti sapere che il decreto legislativo non compromette e non influisce in alcun modo sulle loro attività di investimento. Anzi, semmai, offre maggiori garanzie di sicurezza.

Truffe opzioni binarie: qualche consiglio per evitarle e mettersi al sicuro

Il tema delle truffe Forex e opzioni binarie è al centro del dibattito in rete. Non del tutto a torto. Se è vero che, come ormai ampiamente dimostrato dalle esperienze di numerosi trader, il Forex è una forma di investimento con la medesima dignità delle altre, le attività di alcuni broker poco trasparenti possono mettere in serio pericolo il patrimonio dei meno esperti. La buona notizia è che le truffe Forex sono facili da smascherare, anche al primo colpo. Ecco qualche consiglio utile in tal senso.

Broker e pubblicità

Pubblicità aggressiva. Un broker che produce pubblicità aggressiva è nella totalità dei casi un broker da cui stare alla larga. Il riferimento è anche alle telefonate. I broker onesti non chiamano per telefono, men che meno si rivolgono ai potenziali clienti con insistenza. Il primo segnale da cogliere, quindi, riguarda la modalità con cui il broker si approccia con l’utente.

Promesse. Un altro segnale abbastanza inequivocabile riguarda il tenore del messaggio pubblicitario, anche quando questo viene trasmesso con la massima delicatezza. I broker da cui stare alla larga promettono molto, sapendo di non poter mantenere. Il riferimento è ai messaggi pubblicitari che parlano di guadagni rapidi e ingenti, magari a sei zeri. Tutto falso. Il Forex, come già affermato, è un’attività di investimento che espone il trader a opportunità e rischi, e pertanto richiede l’impiego di risorse intellettuali notevoli. Per fare successo con il Forex, è necessario avere volontà e pazienza.

La questione delle licenze

Informazioni. Anche questo è un capitolo molto importante. Un broker onesto mette in chiaro subito la sua identità. Il suo sito è ricco non solo di contenuti in grado di attrarre l’utente, com’è giusto che sia, ma anche di informazioni sul proprio conto. Una pagina “Chi Siamo” completa e dettagliata, con un esplicito riguardo alle autorizzazioni e alla sede legale, è un biglietto da visito ottimo, che segnala che sì, quel broker può essere preso in considerazione.

Licenza. E’ con tutta probabilità l’elemento che più di ogni altro funge da spartiacque tra i broker che intendono compiere truffe Forex e i broker onesti. Gli enti che rilasciano le licenze, infatti, vigilano in maniera abbastanza severa e impongono al broker il rispetto di alcune regole. Per questo motivo, il possesso della licenza è una garanzia di sicurezza.

Gli enti regolatori più importanti in circolazione sono la FCA e la Cysec, ma ovviamente offrono garanzie anche quelli spiccatamene nazionali come l’italiana CONSOB.

Ovviamente, è bene che l’utente verifichi il reale possesso della licenza.