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Criptovalute: cosa ne pensano le banche centrali

Le criptovalute sono sicure?

Rappresentano un asset class cui fare riferimento?

E’ difficile rispondere a queste domande, visto che il mercato è tutto sommato recente e in via (si spera) di stabilizzazione. Buoni punti di riferimento, per vederci chiaro, potrebbero essere le banche centrali. Questi istituti, oltre a gestire la politica monetaria, producono studi ad alto livello, che offrono orientamenti utili ai piccoli e grandi investitori.

Dunque, è possibile comprendere il fenomeno crypto, soprattutto da una prospettiva di sicurezza e profittabilità, analizzano le dichiarazioni che a più riprese, sia in veste ufficiale che ufficiosa, i membri delle banche centrali hanno prodotto circa le criptovalute. Tratteremo, nello specifico, le più importanti banche centrali, ovvero Fed, BCE, Bank of Japan, Bank of England e Popular Bank of China (e anche alcune minori).

Fed e criptovalute: atteggiamento contraddittorio

L’atteggiamento della Fed nei confronti delle criptovalute, e soprattutto del Bitcoin, si è rivelato abbastanza contraddittorio. Da un lato, in via ufficiale, la banca centrale americana ha dichiarato che il fenomeno non è ancora abbastanza rilevante da essere oggetto di un intervento diretto. Dall’altro lato, ha promosso uno studio circa la fattibilità della creazione di una moneta virtuale da parte della stessa Fed. Per inciso, lo studio conclude che, per ora, non vi sono né i presupposti per compiere questo passo.

Tuttavia, per saggiare la percezione della Fed si può fare riferimento a Randal Quarles, membro del board, che qualche mese fa ha dichiarato che le criptovalute dovrebbero presto essere soggette a regolamentazione, anche perché qualora diventassero uno strumento di massa potrebbero rivelarsi un fattore di destabilizzazione per il mercato finanziario.

BCE e criptovalute: approccio attendista

Anche la BCE, ufficialmente, sta minimizzando il fenomeno. Di recente, con un tweet di febbraio, ha declassato le criptovalute a mero strumento speculativo, negando loro lo status di strumento di pagamento. Nel passato, poi, in occasioni ufficiali, aveva sottolineato l’estrema volatilità delle valute virtuali e l’assenza di un qualsiasi organo di controllo. Tuttavia, pur raccomandando cautela, la BCE si è sfilata, per ora, dal dibattito sulla regolamentazione, affermando che non spetta al massimo istituto europeo occuparsi della questione.

E’ stato più duro Victor Constancio, vice di Draghi, che non ha esitato a definire il Bitcoin una (potenziale) bolla speculativa. Anzi, ha paragonato il fenomeno a quello dei tulipani del XVII secolo, ovvero alla prima grande e catastrofica bolla speculativa della storia. Ancora più tranchant Benoit Coeurè, che ha fatto illusioni al rapporto tra criptovalute e attività criminali, facendo esplicito riferimento al rischio di evasione fiscale.

Bank of England: atteggiamento fiducioso

La Bank of England, nella persona del suo presidente, Mark Carney, ha espresso un atteggiamento più fiducioso. Tuttavia, una tale fiducia non è concordata nelle criptovalute, bensì nella loro tecnologia. E’ lo “strumento criptovaluta” a generare interesse, non tanto i vari Bitcoin, Ethereum e Litecoin.

Nello specifico, Mark Carney, durante un panel tenutosi a Stoccolma a fine maggio, ha lasciato la porta aperta allo sviluppo di una criptovaluta a conduzione bancario. Lo scopo sarebbe quello di mettere in circolo denaro in un lasso di tempo molto breve, e senza le distorsioni lato inflazione che ciò comporterebbe se si utilizzassero i sistemi tradizionali. Tuttavia, ha specificato che la discussione è viva solo come speculazione teorica, e che in pentola, per ora, non bolle ancora nulla.

People’s Bank of China: bastone e carota

Molto singolare l’atteggiamento della banca centrale cinese, e anzi del governo cinese nella sua interezza (i due istituti sono collegati). Da un lato, infatti, è intervenuta a gamba tesa per vietare il commercio di Bitcoin. Dall’altro lato, sta prendendo seriamente in considerazione di creare una criptovaluta “governativa”. Segnale, questo, che a Pechino l’idea di blockchain ha piena cittadinanza, pur scontrandosi con l’approccio interventista.

Ciò si evince dalle dichiarazioni di Wang Pengjie, esponente del Consiglio Consultivo (importante organo legislativo cinese), che durante l’ultima assemblea annuale ha proposto la creazione di una criptovaluta governativa, in una prospettiva di rapida capitalizzazione delle imprese.

Insomma, in Cina si guarda con molto sospetto, e anzi con volontà di repessione al fenomeno delle criptovalute mentre, dall’altro lato, si riconosce la potenzialità della tecnologia. L’ottica, come da tradizione per il colosso cinese, è quella di una nazionalizzazione dello strumento.

Bank of Japan: curiosità positiva

Atteggiamento ben diverso, quello della Bank of Japan, almeno se si prendono in considerazione le opinioni del governatore del massimo istituto finanziario nipponico Haruhiko Kuroda. Egli ha espresso un parere favorevole durante il vertice dei ministri delle finanze e dei banchieri centrali dell’ultimo G20. Nello specifico, ha dichiarato che le criptovalute potrebbero creare valore aggiunto per il sistema finanziario. Ha però anche ammesso che, attualmente, la banca centrale giapponese non sta realizzando nessuno studio specifico in merito. L’atteggiamento, quindi, è di una grande curiosità, inserita in un approccio teoricamente positivo.

Le altre banche centrali

Corea del Sud. Atteggiamento molto aggressivo. La banca centrale coreana crede che le criptovalute siano un pericolo per il portafoglio e persino per la moralità dei cittadini. Pertanto, ne ha severamente vietato il commercio.

Banco Central do Brasil. Atteggiamento pragmatico. Nessun giudizio morale, in questo caso. Semplicemente, secondo la banca centrale brasiliana, le valute virtuali sono asset fortemente speculativi, quanto di più distante da un classico mezzo di pagamento.

Bundesbank. La banca centrale tedesca, nella persona del membro del board Carl Ludwig Theiele, si è detta molto scettica: “Sembrano più un giocattolo per speculare che una forma di pagamento”.

Banca d’Italia. Fabio Panetta, vice direttore generale di Banca d’Italia, non riconosce nel mondo crypto del valore significativo. In più, crede che siano una bolla speculativa. “Personalmente non vedo la forza intrinseca di questi strumenti. E poi ci sono similitudini tra il grafico con la dinamica del valore del bitcoin e l’evoluzione prezzo dei tulipani in Olanda di qualche secolo fa, vediamo se avrà la stessa evoluzione”.

Come interpretare i discorsi delle banche centrali

Tra i market mover più importanti spiccano i discorsi degli esponenti delle banche centrali. Spesso, a vario titolo e nei contesti più diversi, intervengono presidenti, governatori, semplici esponenti del board. Vanno presi tutti in considerazione in quanto capaci, con la sola forza delle parole, di esercitare un significativo impatto del mercato. Peccato, però, che questo impatto non sia prevedibile, almeno rispetto agli altri market mover. Anche perché non si può sapere in anticipo, e con assoluto precisione, cosa il policy maker dirà. E’ possibile, però, farsi una idea sia del contenuto che dell’impatto che un dato discorso eserciterà sul mercato.



In questo articolo offriremo qualche consiglio prezioso a riguardo.

Perché i discorsi delle banche centrali sono importanti

Ci sono almeno quattro validi motivi per cui i discorsi degli esponenti delle banche centrali non vanno presi sotto gamba.

Le banche centrali decidono la politica monetaria. Nello specifico, decidono i tassi di interesse e gli eventuali programmi di Quantitative Easing. Strumenti, questi, che influenzano la massa monetaria e quindi i cambi. Non solo, effettuano previsioni che vengono prese parecchio in considerazione, visto l’autorevolezza della fonte, dagli investitori.

Il mercato è incerto. Stante l’endemica e strutturale condizione di incertezza in cui versa il mercato, gli investitori sono alla “disperata” ricerca di elementi sui quali basare le loro previsioni. Appunto, ciò che fanno e dicono le banche centrali sono senz’altro strumenti di orientamento. Se gli investitori si regolano in base ai movimenti delle banche centrale, vuole dire che esse, in ogni caso, influenzano il mercato.

Le banche centrali utilizzano i discorsi in maniera strumentale. Le banche centrali hanno a disposizione strumenti molto potenti (i già citati tassi di interesse e Quantitative Easing). Tuttavia, sono consapevoli dell’ascendente che esercitano sul mercato e utilizzano i loro discorsi per influenzarne il corso. Ovviamente, in funzione del raggiungimento degli obiettivi, che nella maggior parte dei casi si riducono alla stabilità dei prezzi. Dunque, l’impatto dei discorsi, essendo in qualche modo calcolato, può essere, se non proprio previsto, almeno analizzato in itinere piuttosto facilmente.

Le banche centrali godono di grande copertura mediatica. La banca centrale è una istituzione e in quanto tale viene presa in considerazione anche dai media. Paradossalmente, le dichiarazione degli esponenti, in particolare di presidenti e governatori, rappresentano uno dei pochi market mover che gode di una copertura mediatica anche nei canali generalisti. Ciò non fa altro che amplificare l’effetto di tali dichiarazioni e quindi l’impatto sul mercato.

Come anticipare un discorso della banca centrale

In realtà, come abbiamo specificato a inizio articolo, anticipare un discorso è impossibile, almeno nella maniera e nella misura in cui si anticipa un qualsiasi altro market mover tecnico. Tuttavia, in base ad alcuni fattori è possibile, con un certo grado di approssimazione, intuire la direzione e la forza dell’impatto. Ecco i fattori in questione.

Tipo di discorso. Esistono discorsi e discorsi. Alcuni sono importanti, altri meno. Alcuni sono imprevedibili, altri meno. Paradossalmente, a un elevato grado di importanza non corrispondenze sempre un pari livello di imprevedibilità. Anzi, spesso è proprio un discorso meno importante a essere molto imprevedibile. Ad ogni modo, un esponente della banca centrale può intervenire nella conferenza stampa post meeting; in un panel-conferenza; durante una intervista o ai margini di un evento.

Nel primo caso, il market mover è importantissimo ma tutto sommato prevedibile nei contenuti, anche perché le conferenze stampa sono sempre precedute da un comunicato. Nel secondo caso, il market mover è un po’ meno importante ma è più imprevedibile, in quanto non inserito in un contesto decisionale preciso. Infine, nel terzo caso il discorso è ufficialmente meno importante in quanto di natura informale, ma è imprevedibile perché spesso l’intervistato parla a braccio, sollecitato dalle domande dell’intervistatore.

Tipo di persona. Anche il “chi”, ovviamente, ha una influenza sull’impatto e sulla direzione dello stesso. Occorre fare attenzione sia alla carica che al carattere. E’ ovvio: un discorso di Mario Draghi è molto più importante e decisivo rispetto al discorso di un esponente del board. Per quanto riguarda la personalità, essa è importante per decifrare in anticipo il contenuto di un discorso: se il policy maker è noto per il suo approccio diplomatico, è improbabile che “lanci bombe”. Contemporaneamente, però, se il discorso verte su temi sensibili, questo viene maggiormente preso in considerazione e il suo impatto aumenta considerevolmente.

Contesto macroeconomico. E’ probabilmente il fattore più importante in assoluto. Anche perché il contenuto di un discorso, se è vero che questo viene considerato proprio dalle banche centrali come uno strumento, dipende dagli obiettivi che si intendono raggiungere. Se il contesto è per esempio di transizione, ovvero vede il passaggio a un approccio diverso di politica monetaria, è probabile che il policy maker inserisca un riferimento a ciò che la banca centrale farà in futuro, soprattutto per anticipare il processo di sconto del mercato rispetto a una determinata iniziativa. Il contesto potrebbe essere anche relativamente tranquillo, caratterizzato quindi da una road map tracciata. In questo caso, è improbabile che il discorso eserciti un impatto meno significativo.

Contesto politico. Pure ciò che accade al di fuori dell’economia influenza il comportamento delle banche centrali. Anche perché, in fondo, tutto si lega. Il policy maker potrebbe essere portato a commentare una iniziativa dei governi o a lanciare una previsione circa gli effetti di un evento geopolitico importante (pensiamo ai dazi). Il tutto, ovviamente, nel tentativo di suscitare una reazione nei mercati che sia il più possibile funzionale al raggiungimento di determinati obiettivi. Se il contesto geopolitico è caldo, è elevata la probabilità che, anche in presenza di un esponente particolarmente abbottonato, siano gli stessi partecipanti all’evento (es. i giornalisti) a porre domande a riguardo.